ottobre 21

Il sensor journalism a #digit14 (video)

Lo scorso 20 settembre ho partecipato al panel “Sensor Journalism ovvero quando la tecnologia italiana si trasforma in giornalismo di precisione” durante il festival #Digit14 a Prato. Tutti i materiali della due giorni (19 e 20 settembre) sono ormai disponibili, inclusi i video di tutti i panel. Qui di seguito le varie parti del panel in cui sono intervenuto insieme a Luca Corsato, Valentina Grasso, Alfonso Crisci, Mirko Mancin, con la moderazione di Marco Renzi.

 

 

 

 

 

 

settembre 22

Un giornalista tra dati e sensori a #digit14

Tra giornalisti, scienziati e ingegneri, si è ampiamente parlato di prospettive e implicazioni del sensor journalism a Prato durante Dig.it, il festival del giornalismo digitale. Ecco le mie slide, in cui parto dai dati e dai concetti di fondo del data journalism per arrivare al possibile uso giornalistico dei dati da sensori: giornalista (ed editore) diviene un nodo che connette comunità, che offre (e vende?) servizi, che fornisce senso e contesto.

È stato anche raccontato il progetto Acqualta, già abbondantemente discusso su queste pagine dall’ideatore e gestore Luca Corsato, e il progetto ArdOmino per la rilevazione e narrazione di dati biometeorologici da parte di Valentina Grasso e Alfonso Crisci, con Mirko Mancin che ha descritto il lavoro del gruppo di Parma sull’autorilevazione dei sensori presenti in ambienti pubblici.

In diretta durante il panel, il sensore ArdOmino rilevava umidità e temperatura dell’ambiente e comunicava le misure sul canale @sensjournalist su Twitter, con messaggi molto… umani!

giugno 25

Il giornalismo ambientale basato sui sensori

Stiamo entrando nell’era dell’Internet delle Cose (Internet of Things), quella in cui quasi ogni oggetto è collegato a Internet e ne usa l’infrastruttura autonomamente per comunicare sia con utenti finali umani, sia con altre macchine. Ma siamo anche nell’era dei dati digitali, piccoli o grandi che siano, la cui produzione e fruizione aumenta esponenzialmente ormai da anni.

In questo contesto molto dinamico il giornalismo risponde con la creazione di comunità di giornalisti interessati o in qualche modo esperti nell’uso di strumenti classicamente non propri della categoria: matematica e statistica, informatica, elettronica, ecc. Dalla grande disponibilità dei dati nasce il filone del data journalism che tanto successo sta avendo nei paesi anglosassoni e nel mondo: un approccio al giornalismo evidence-based, basato su dati quanto più oggettivi e verificabili, arricchito dal movimento open data, dalla filosofia open source e dall’arte della visualizzazione dei dati. Se si entra nel merito ci si rende presto conto che l’approccio giornalistico non è intaccato dall’esistenza di un prefisso (né questo, né altri), ma un nome nuovo ha permesso e permette tutt’ora di indicare facilmente una serie di competenze necessarie, anche se non standard, e di definire una comunità di riferimento, all’interno della quale riconoscersi tra data journalists.

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Cosa mai può nascere dalla disponibilità di elettronica a basso costo e da una comunità già vasta e in continua crescita legata alla filosofia dell’open source e dell’open hardware? Un giornalismo dei dati che attinge direttamente da una produzione dal basso, o al limite anche da una autoproduzione. Si tratta di informazioni raccolte direttamente mediante l’ausilio di device a basso costo la cui produzione è slegata dalle logiche industriali (non comprati o costruiti all’interno del mercato dei device, ma progettati in maniera aperta, rilasciati e costruiti sostanzialmente in casa). Di che device stiamo però parlando?

Un giornalista è interessato a capire e raccontare il mondo: eventi che accadono,  fenomeni che si svolgono nel tempo, persone coinvolte. Gli strumenti che permettono di misurare il mondo materiale hanno un nome ben preciso: sensori. Dai termometri per la temperatura, ai GPS per la posizione, agli accelerometri per gli spostamenti, agli orologi per il tempo. Ma anche le fotocamere per foto e video, magari in situazioni non convenzionali come su un drone in volo. Ma davvero un giornalista può mettersi a progettare, costruire e usare un sensore per raccogliere e analizzare dati in prima persona?

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Siamo all’inizio, quindi ogni domanda e dubbio sono leciti. C’è già molto dibattito sul tema, soprattutto nei soliti paesi anglosassoni, caratterizzato da estrema cautela. Già più di un anno fa ne parlava Alex Howard su O’Reilly Radar, mentre Matt Waite su Poynter sosteneva l’incontro tra il sensor e il data journalism. Kelly Tyrrell sottolineava il carattere scientifico di un giornalismo di questo tipo, mentre Laura Hazard Owen su Gigaom già si interrogava sulla sua eticità, sempre facendo riferimento anche al data journalism e a una delle prime conferenze a tema organizzata dal Tow Center della Columbia Journalism School. Un anno dopo Jessica Clark fa un po’ il punto dei nuovi progetti in corso su AIR Media Works,  James Fahn della Columbia Journalism Review si interroga su promesse e pericoli insiti in questo sensor-based journalism, il Tow Center for Digital Journalism ci costruisce una serie di conferenze e seminari e Fergus Pitt tenta di sistematizzare la materia con un report di ampio respiro in cui ne soppesa opportunità e rischi. Nella blogosfera ci sono altre riflessioni meno strutturate, ma non meno interessanti, come quelle raccolte da Paul Grabowicz della UC Berkeley Graduate School of Journalism. E poi nell’ambito dei bandi di finanziamento al giornalismo innovativo in giro per il mondo si cominciano a vedere molti progetti in tal senso, come racconta Aaron Pilhofer sul blog della Knight Foundation. E anche in Italia, patria di Arduino, la piattaforma di prototipazione elettronica più famosa al mondo, qualcuno ha cominciato a parlarne, come Vittorio Pasteris su LSDI o Andrea Lawendel sul suo blog Radiopassioni.

Per quanto riguarda il giornalismo ambientale, che è quello che qui più mi interessa, il vantaggio di avere accesso ai dati grezzi di sensori ambientali progettati ad-hoc è più che evidente: si è indipendenti da agenzie molto poco open e molto poco real-time, ci si può concentrare su fenomeni specifici non monitorati ufficialmente o su territori scoperti, si possono controllare e verificare i dati ufficiali, ecc. Altrettanto evidenti sono i possibili rischi: la raccolta e l’analisi di dati ambientali richiedono professionalità più da scienziati che da giornalisti, l’interpretazione dei dati per giungere a notizie da rendere pubbliche è un passaggio molto delicato, i tempi di sviluppo di un lavoro giornalistico basato su progettazione e uso di elettronica personalizzata sono prevedibilmente lunghi.

Tutto vero, ma nonostante ciò c’è già chi si muove professionalmente, come l’Earth Journalism Network, una comunità internazionale di giornalisti ambientali supportata da Internews. Si tratta sempre di iniziative e progetti a carattere altamente sperimentale, che però nel prossimo futuro tracceranno la strada e definiranno i confini di questo sensor-based journalism. Val la pena seguirli, tenerli d’occhio e, perché no?, provare a contribuire alle loro iniziative.

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giugno 25

Cicada Tracker | Radiolab

Uno degli esperimenti di sensor journalism più citati, per la verità più vicino alla citizen science che al giornalismo. Con un sensore acustico da 80 dollari si possono aiutare gli scienziati e i giornalisti ad analizzare l’arrivo delle cicale insieme ad alcuni fattori ambientali come la temperatura.

Patches of the East Coast are buzzing with the return of the 17-year cicadas. They’re carpeting spots from GA to CT, and filling the air with a 7 kHz mating buzz. Alert scientists when you see them emerge — or help predict their arrival with a home-built sensor!

viaCicada Tracker | Radiolab.

giugno 24

Tra dati e sensori

Nell’era dell’elettronica a basso costo e largo consumo è inevitabile che anche circuiti, resistenze e condensatori entrino nel mondo del fai-da-te. In casa abbiamo già quintali di alta tecnologia pronta per essere utilizzata, per lo più nascosta in dispositivi ben chiusi, ma facilmente smontabili. Progetti all’inizio visionari come Arduino o Raspberry Pi permettono oggi a qualunque appassionato, e non necessariamente già esperto, di sporcarsi le mani e costruire quasi da zero il proprio device personalizzato. Che tra le tante cose può misurare e raccogliere dati dall’ambiente esterno, analizzarli, pubblicarli, ecc. Come un qualsiasi strumento di ricerca nelle mani di uno scienziato sperimentale.

E se quell’appassionato del fai-da-te è anche un giornalista? Progettare e costruire sensori che monitorino un fenomeno fisico, per esempio la concentrazione di inquinanti in un corso d’acqua di interesse pubblico per un territorio, può essere annoverato tra le attività giornalistiche? E se in un dibattito pubblico su un tema ambientale, per esempio, i dati raccolti indipendentemente dalle parti in causa fornissero indicazioni oggettive per chiarire il contesto e supportare una decisione collettiva? E se un monitoraggio di questo tipo diventasse un vero e proprio servizio per i cittadini / lettori? Una base su cui costruire una comunità e a partire dalla quale coinvolgerli in un’ottica di cittadinanza attiva?

Mi sembrano belle domande, a cui vale la pena cercare qualche risposta concreta, al di là delle sensazioni o delle opinioni. Tanto più che esiste già un nome ufficiale per questa attività: sensor-based journalism. Così questo blog sarà un vero e proprio quaderno di laboratorio di un esperimento a cielo aperto, con ipotesi, istruzioni di montaggio, background teorici, riflessioni, risultati, errori e tutto quello che potrà venire da questa piccola avventura. Buon viaggio!

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