giugno 30

Earth Journalism Network

Un’iniziativa della non profit Internews per il supporto al giornalismo ambientale internazionale, con molti progetti basati su sensori.

EJN establishes networks of environmental journalists in countries where they don’t exist, and builds their capacity where they do, through training workshops and development of training materials, support for production and distribution, and dispersing small grants.

Earth Journalism Network.

giugno 30

Feel me? | Columbia Journalism Review

Sottotitolo provocatorio per James Fahn della Columbia Journalism Review: promesse e pericoli del giornalismo basato sui sensori.

Particularly in the fields of public-health and environmental journalism, they are already enhancing news and feature stories and have potential to generate investigative reports. But as with any technology, the implications of using sensors are not all benign.

Feel me? | Columbia Journalism Review.

giugno 26

Public Lab, dai makers ai giornalisti

Durante l’ultima edizione del Festiva Internazionale del Giornalismo di Perugia il data journalism ha avuto ampio spazio (come nell’edizione precedente), ma nell’ambito della School of Data Journalism organizzata da EJC e OKNF mi ha incuriosito un workshop di due puntate su “Ottenere dati attraverso l’aerofografia” tenuto da Cindy Regalado del Public Laboratory for Open Technology and Science. Purtroppo non ce l’ho fatta a partecipare, ma leggendo anche solo la descrizione dell’evento mi sono imbattuto per la prima volta nell’applicazione della filosofia DIY (Do It Yourself, fattelo da solo) in ambito giornalistico.

In quel caso si parlava di fotografia aerea mediante un semplice kit composto da pallone aerostatico e macchina fotografica, abbinato a un software capace di sovrapporre gli scatti aerei a una mappa geografica. Ma uno sguardo ai progetti promossi dal Public Lab mostra che c’è molto di più all’orizzonte. E che può esserci molto di più oltre l’orizzonte ora visibile.

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Cos’è il Public Laboratory for Open Technology and Science? Nasce negli Stati Uniti nel 2011 come una comunità di appassionati e ora si è costituita come associazione no-profit con gruppi locali un po’ in tutto il mondo. Promuove la discussione orizzontale tra i partecipanti e la condivisione delle esperienze mediante numerose mailing list a tema e un wiki pubblico. Mira a produrre kit completi da mettere sul mercato, sempre a partire dai progetti della comunità che raggiungono un grado di sviluppo sufficientemente maturo. Vende e spedisce in tutto il mondo attraverso il proprio store on-line.

Ufficialmente l’attività del Public Lab si rivolge a makers e citizen scientists interessanti a temi ambientali, ma hanno sicuramente a cuore il collegamento con il mondo del giornalismo, vista la scelta di organizzare un evento al Festival di Perugia. Probabilmente sono proprio queste realtà di appassionati che rendono possibile l’esistenza di un sensor-based journalism, esattamente come l’open source in ambito software è stato ed è un volano formidabile per il giornalismo digitale. Sicuramente sono da tenere d’occhio e sono da provare in prima persona la bontà e riusabilità dei loro progetti e prodotti.

 

giugno 25

Il giornalismo ambientale basato sui sensori

Stiamo entrando nell’era dell’Internet delle Cose (Internet of Things), quella in cui quasi ogni oggetto è collegato a Internet e ne usa l’infrastruttura autonomamente per comunicare sia con utenti finali umani, sia con altre macchine. Ma siamo anche nell’era dei dati digitali, piccoli o grandi che siano, la cui produzione e fruizione aumenta esponenzialmente ormai da anni.

In questo contesto molto dinamico il giornalismo risponde con la creazione di comunità di giornalisti interessati o in qualche modo esperti nell’uso di strumenti classicamente non propri della categoria: matematica e statistica, informatica, elettronica, ecc. Dalla grande disponibilità dei dati nasce il filone del data journalism che tanto successo sta avendo nei paesi anglosassoni e nel mondo: un approccio al giornalismo evidence-based, basato su dati quanto più oggettivi e verificabili, arricchito dal movimento open data, dalla filosofia open source e dall’arte della visualizzazione dei dati. Se si entra nel merito ci si rende presto conto che l’approccio giornalistico non è intaccato dall’esistenza di un prefisso (né questo, né altri), ma un nome nuovo ha permesso e permette tutt’ora di indicare facilmente una serie di competenze necessarie, anche se non standard, e di definire una comunità di riferimento, all’interno della quale riconoscersi tra data journalists.

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Cosa mai può nascere dalla disponibilità di elettronica a basso costo e da una comunità già vasta e in continua crescita legata alla filosofia dell’open source e dell’open hardware? Un giornalismo dei dati che attinge direttamente da una produzione dal basso, o al limite anche da una autoproduzione. Si tratta di informazioni raccolte direttamente mediante l’ausilio di device a basso costo la cui produzione è slegata dalle logiche industriali (non comprati o costruiti all’interno del mercato dei device, ma progettati in maniera aperta, rilasciati e costruiti sostanzialmente in casa). Di che device stiamo però parlando?

Un giornalista è interessato a capire e raccontare il mondo: eventi che accadono,  fenomeni che si svolgono nel tempo, persone coinvolte. Gli strumenti che permettono di misurare il mondo materiale hanno un nome ben preciso: sensori. Dai termometri per la temperatura, ai GPS per la posizione, agli accelerometri per gli spostamenti, agli orologi per il tempo. Ma anche le fotocamere per foto e video, magari in situazioni non convenzionali come su un drone in volo. Ma davvero un giornalista può mettersi a progettare, costruire e usare un sensore per raccogliere e analizzare dati in prima persona?

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Siamo all’inizio, quindi ogni domanda e dubbio sono leciti. C’è già molto dibattito sul tema, soprattutto nei soliti paesi anglosassoni, caratterizzato da estrema cautela. Già più di un anno fa ne parlava Alex Howard su O’Reilly Radar, mentre Matt Waite su Poynter sosteneva l’incontro tra il sensor e il data journalism. Kelly Tyrrell sottolineava il carattere scientifico di un giornalismo di questo tipo, mentre Laura Hazard Owen su Gigaom già si interrogava sulla sua eticità, sempre facendo riferimento anche al data journalism e a una delle prime conferenze a tema organizzata dal Tow Center della Columbia Journalism School. Un anno dopo Jessica Clark fa un po’ il punto dei nuovi progetti in corso su AIR Media Works,  James Fahn della Columbia Journalism Review si interroga su promesse e pericoli insiti in questo sensor-based journalism, il Tow Center for Digital Journalism ci costruisce una serie di conferenze e seminari e Fergus Pitt tenta di sistematizzare la materia con un report di ampio respiro in cui ne soppesa opportunità e rischi. Nella blogosfera ci sono altre riflessioni meno strutturate, ma non meno interessanti, come quelle raccolte da Paul Grabowicz della UC Berkeley Graduate School of Journalism. E poi nell’ambito dei bandi di finanziamento al giornalismo innovativo in giro per il mondo si cominciano a vedere molti progetti in tal senso, come racconta Aaron Pilhofer sul blog della Knight Foundation. E anche in Italia, patria di Arduino, la piattaforma di prototipazione elettronica più famosa al mondo, qualcuno ha cominciato a parlarne, come Vittorio Pasteris su LSDI o Andrea Lawendel sul suo blog Radiopassioni.

Per quanto riguarda il giornalismo ambientale, che è quello che qui più mi interessa, il vantaggio di avere accesso ai dati grezzi di sensori ambientali progettati ad-hoc è più che evidente: si è indipendenti da agenzie molto poco open e molto poco real-time, ci si può concentrare su fenomeni specifici non monitorati ufficialmente o su territori scoperti, si possono controllare e verificare i dati ufficiali, ecc. Altrettanto evidenti sono i possibili rischi: la raccolta e l’analisi di dati ambientali richiedono professionalità più da scienziati che da giornalisti, l’interpretazione dei dati per giungere a notizie da rendere pubbliche è un passaggio molto delicato, i tempi di sviluppo di un lavoro giornalistico basato su progettazione e uso di elettronica personalizzata sono prevedibilmente lunghi.

Tutto vero, ma nonostante ciò c’è già chi si muove professionalmente, come l’Earth Journalism Network, una comunità internazionale di giornalisti ambientali supportata da Internews. Si tratta sempre di iniziative e progetti a carattere altamente sperimentale, che però nel prossimo futuro tracceranno la strada e definiranno i confini di questo sensor-based journalism. Val la pena seguirli, tenerli d’occhio e, perché no?, provare a contribuire alle loro iniziative.

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