giugno 29

Book | Data journalism: mapping the future

Un libro molto ampio sul data journalism che raccoglie numerosi contributi da vari autori, tra data journalists e sviluppatori. Un capitolo è dedicato al sensor journalism visto anche come evoluzione del data journalism: scovare i pochi e sporchi dati disponibili, forzare una sensibilità open data nella pubblica amministrazione, produrre i dati necessari in proprio.

Data journalism: mapping the future.

giugno 27

Drone Journalism Lab

Già nel novembre del 2011 esisteva un laboratorio giornalistico specializzato nell’uso di droni nell’ambito, appunto, del giornalismo statunitense.

Links, thoughts and research into using drones, UAVs or remotely piloted vehicles for journalism at the Drone Journalism Lab at the University of Nebraska-Lincoln’s College of Journalism and Mass Communications.

Drone Journalism Lab.

giugno 27

La spettrometria per analisi ambientali

Quando si parla di ambiente il tema dell’inquinamento la fa quasi sempre da padrone e in questo ambito una delle sfide scientifiche più interessanti, ma anche più difficili, riguarda l’individuazione di sostanze in ambienti che non dovrebbero averne. Di fatto un ambiente inquinato è un ambiente che contiene sostanze in quantità e concentrazioni tali da superare determinate soglie definite accettabili. L’esempio più intuivo forse è quello dell’inquinamento urbano dovuto ai mezzi di trasporto che coinvolge la misurazione delle cosiddette polveri sottili, ma altri esempi possono riguardare i corsi d’acqua, i terreni, cibo e bevande molto diffuse come il vino o l’olio. Il problema dunque è individuare e riconoscere sostanze inizialmente sconosciute, per poi stimarne la quantità e confrontarla con la relativa soglia di tolleranza per quel determinato ambiente.

La spettrometria è una tecnica di misura che si basa sull’analisi dello spettro di una radiazione luminosa che ha interagito con un campione di materia, che sia in forma gassosa, liquida o solida: le caratteristiche della luce infatti vengono modificate dalla sua interazione con la materia in base proprio alle caratteristiche del campione stesso, tra cui la sua composizione chimica. Cos’è uno spettro elettromagnetico? La radiazione luminosa di una qualsiasi sorgente è composta da onde di varie frequenze, che possono essere contate proprio in funzione della loro frequenza. Uno spettro, quindi, non è altro che la distribuzione dell’intensità luminosa (il numero di onde) su tutte le frequenze possibili. Ecco per esempio lo spettro della luce solare così come appare al di sopra dell’atmosfera e a livello del mare.

Spettro della luce solare all'ingresso dell'atmosfera (linea superiore) e a livello del mare (linea inferiore). L'interazione della luce con l'atmosfera (nubi, vapor d'acqua, ozono, polveri, ecc.) modifica il suo spettro, per cui analizzando le differenze tra i due spettri si possono individuare alcune caratteristiche del mezzo attraversato, in questo caso l'atmosfera terrestre.
Spettro della luce solare all’ingresso dell’atmosfera (linea superiore) e a livello del mare (linea inferiore). L’interazione della luce con l’atmosfera (nubi, vapor d’acqua, ozono, polveri, ecc.) modifica lo spettro della radiazione, per cui analizzando le differenze tra i due spettri si possono individuare alcune caratteristiche del mezzo attraversato, in questo caso l’atmosfera terrestre.

In determinate condizioni varie sostanze possono emettere radiazione luminosa con spettri caratteristici, oppure modificare in modo altrettanto caratteristico lo spettro della luce che li attraversa o che vi si riflette. Sul sito Spectral Workbench, sempre a cura di Public Lab, ci sono numerosi esempi che facilitano il riconoscimento di situazioni standard. Studiando così uno spettro che deriva dall’interazione della luce con un campione dalla composizione sconosciuta è possibile individuare e quantificare le sostanze che lo compongono. Questa è la teoria generale, i cui dettagli sono ben descritti nel wiki di Public Lab, alla pagina “Spectrometer Curriculum“. All’interno di questo contesto teorico, poi, le tecniche sperimentali sono numerose, come ampiamente discusso alla pagina “Spectral Analysis Techniques“. Ulteriori elementi di approfondimento sono contenuti nelle FAQ apposite, che mescolano questioni teoriche generali a problematiche pratiche di implementazione di un esperimento di spettrometria.

Sul tema della spettrometria in senso DIY (Do It Yourself, fattelo da solo) Public Lab ha lanciato una campagna di crowd-funding circa un anno e mezzo fa, mediante la piattaforma Kickstarter. L’idea era sviluppare e produrre uno spettrometro funzionale e sufficientemente preciso per fare analisi ambientale a un prezzo irrisorio, una cinquantina di dollari. Si voleva anche costruire una piattaforma web con cui permettere a tutti gli utilizzatori finali di pubblicare e condividere i propri esperimenti e lavori, in modo da creare una banca di dati pubblica di spettri. In circa 40 giorni hanno raccolto la bellezza di 110 mila dollari da parte di più di 1600 donatori. Da lì sono partiti per mettere sul mercato diversi kit pronti per l’uso, oggi disponibili nello store ufficiale: uno spettrometro in versione desktop, due in versione mobile che sfruttano le fotocamere degli smartphone, alcuni kit di materiali utili per le analisi di sostanze oleose. I prezzi sono tutti inferiori ai 50 dollari, mentre la spedizione dagli USA in Europa è intorno ai 20 dollari. Di mezzo ci sono anche i costi doganali, quindi per noi italiani si parla di un costo attorno ai 50 euro.

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Bene, ma cosa ci si può fare con uno spettrometro, una volta comprato e montato? La risposta migliore secondo me sta nel brain storming dei supporters della campagna kickstarter, che in questo caso si sono davvero scatenati…

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giugno 26

Public Lab, dai makers ai giornalisti

Durante l’ultima edizione del Festiva Internazionale del Giornalismo di Perugia il data journalism ha avuto ampio spazio (come nell’edizione precedente), ma nell’ambito della School of Data Journalism organizzata da EJC e OKNF mi ha incuriosito un workshop di due puntate su “Ottenere dati attraverso l’aerofografia” tenuto da Cindy Regalado del Public Laboratory for Open Technology and Science. Purtroppo non ce l’ho fatta a partecipare, ma leggendo anche solo la descrizione dell’evento mi sono imbattuto per la prima volta nell’applicazione della filosofia DIY (Do It Yourself, fattelo da solo) in ambito giornalistico.

In quel caso si parlava di fotografia aerea mediante un semplice kit composto da pallone aerostatico e macchina fotografica, abbinato a un software capace di sovrapporre gli scatti aerei a una mappa geografica. Ma uno sguardo ai progetti promossi dal Public Lab mostra che c’è molto di più all’orizzonte. E che può esserci molto di più oltre l’orizzonte ora visibile.

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Cos’è il Public Laboratory for Open Technology and Science? Nasce negli Stati Uniti nel 2011 come una comunità di appassionati e ora si è costituita come associazione no-profit con gruppi locali un po’ in tutto il mondo. Promuove la discussione orizzontale tra i partecipanti e la condivisione delle esperienze mediante numerose mailing list a tema e un wiki pubblico. Mira a produrre kit completi da mettere sul mercato, sempre a partire dai progetti della comunità che raggiungono un grado di sviluppo sufficientemente maturo. Vende e spedisce in tutto il mondo attraverso il proprio store on-line.

Ufficialmente l’attività del Public Lab si rivolge a makers e citizen scientists interessanti a temi ambientali, ma hanno sicuramente a cuore il collegamento con il mondo del giornalismo, vista la scelta di organizzare un evento al Festival di Perugia. Probabilmente sono proprio queste realtà di appassionati che rendono possibile l’esistenza di un sensor-based journalism, esattamente come l’open source in ambito software è stato ed è un volano formidabile per il giornalismo digitale. Sicuramente sono da tenere d’occhio e sono da provare in prima persona la bontà e riusabilità dei loro progetti e prodotti.

 

giugno 26

Safecast

Uno dei progetti di citizen sensor journalism più famosi, varato all’indomani del disastro nucleare di Fukushima in Giappone. Mette a disposizione il progetto completo di un contatore Geiger per la rilevazione di radiazioni, anche se a un prezzo ben poco popolare: 450 dollari.

Safecast is a global project to empower people with data, primarily by mapping radiation levels and building a sensor network, enabling people to contribute and freely use the data collected.

Safecast.

giugno 25

Il giornalismo ambientale basato sui sensori

Stiamo entrando nell’era dell’Internet delle Cose (Internet of Things), quella in cui quasi ogni oggetto è collegato a Internet e ne usa l’infrastruttura autonomamente per comunicare sia con utenti finali umani, sia con altre macchine. Ma siamo anche nell’era dei dati digitali, piccoli o grandi che siano, la cui produzione e fruizione aumenta esponenzialmente ormai da anni.

In questo contesto molto dinamico il giornalismo risponde con la creazione di comunità di giornalisti interessati o in qualche modo esperti nell’uso di strumenti classicamente non propri della categoria: matematica e statistica, informatica, elettronica, ecc. Dalla grande disponibilità dei dati nasce il filone del data journalism che tanto successo sta avendo nei paesi anglosassoni e nel mondo: un approccio al giornalismo evidence-based, basato su dati quanto più oggettivi e verificabili, arricchito dal movimento open data, dalla filosofia open source e dall’arte della visualizzazione dei dati. Se si entra nel merito ci si rende presto conto che l’approccio giornalistico non è intaccato dall’esistenza di un prefisso (né questo, né altri), ma un nome nuovo ha permesso e permette tutt’ora di indicare facilmente una serie di competenze necessarie, anche se non standard, e di definire una comunità di riferimento, all’interno della quale riconoscersi tra data journalists.

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Cosa mai può nascere dalla disponibilità di elettronica a basso costo e da una comunità già vasta e in continua crescita legata alla filosofia dell’open source e dell’open hardware? Un giornalismo dei dati che attinge direttamente da una produzione dal basso, o al limite anche da una autoproduzione. Si tratta di informazioni raccolte direttamente mediante l’ausilio di device a basso costo la cui produzione è slegata dalle logiche industriali (non comprati o costruiti all’interno del mercato dei device, ma progettati in maniera aperta, rilasciati e costruiti sostanzialmente in casa). Di che device stiamo però parlando?

Un giornalista è interessato a capire e raccontare il mondo: eventi che accadono,  fenomeni che si svolgono nel tempo, persone coinvolte. Gli strumenti che permettono di misurare il mondo materiale hanno un nome ben preciso: sensori. Dai termometri per la temperatura, ai GPS per la posizione, agli accelerometri per gli spostamenti, agli orologi per il tempo. Ma anche le fotocamere per foto e video, magari in situazioni non convenzionali come su un drone in volo. Ma davvero un giornalista può mettersi a progettare, costruire e usare un sensore per raccogliere e analizzare dati in prima persona?

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Siamo all’inizio, quindi ogni domanda e dubbio sono leciti. C’è già molto dibattito sul tema, soprattutto nei soliti paesi anglosassoni, caratterizzato da estrema cautela. Già più di un anno fa ne parlava Alex Howard su O’Reilly Radar, mentre Matt Waite su Poynter sosteneva l’incontro tra il sensor e il data journalism. Kelly Tyrrell sottolineava il carattere scientifico di un giornalismo di questo tipo, mentre Laura Hazard Owen su Gigaom già si interrogava sulla sua eticità, sempre facendo riferimento anche al data journalism e a una delle prime conferenze a tema organizzata dal Tow Center della Columbia Journalism School. Un anno dopo Jessica Clark fa un po’ il punto dei nuovi progetti in corso su AIR Media Works,  James Fahn della Columbia Journalism Review si interroga su promesse e pericoli insiti in questo sensor-based journalism, il Tow Center for Digital Journalism ci costruisce una serie di conferenze e seminari e Fergus Pitt tenta di sistematizzare la materia con un report di ampio respiro in cui ne soppesa opportunità e rischi. Nella blogosfera ci sono altre riflessioni meno strutturate, ma non meno interessanti, come quelle raccolte da Paul Grabowicz della UC Berkeley Graduate School of Journalism. E poi nell’ambito dei bandi di finanziamento al giornalismo innovativo in giro per il mondo si cominciano a vedere molti progetti in tal senso, come racconta Aaron Pilhofer sul blog della Knight Foundation. E anche in Italia, patria di Arduino, la piattaforma di prototipazione elettronica più famosa al mondo, qualcuno ha cominciato a parlarne, come Vittorio Pasteris su LSDI o Andrea Lawendel sul suo blog Radiopassioni.

Per quanto riguarda il giornalismo ambientale, che è quello che qui più mi interessa, il vantaggio di avere accesso ai dati grezzi di sensori ambientali progettati ad-hoc è più che evidente: si è indipendenti da agenzie molto poco open e molto poco real-time, ci si può concentrare su fenomeni specifici non monitorati ufficialmente o su territori scoperti, si possono controllare e verificare i dati ufficiali, ecc. Altrettanto evidenti sono i possibili rischi: la raccolta e l’analisi di dati ambientali richiedono professionalità più da scienziati che da giornalisti, l’interpretazione dei dati per giungere a notizie da rendere pubbliche è un passaggio molto delicato, i tempi di sviluppo di un lavoro giornalistico basato su progettazione e uso di elettronica personalizzata sono prevedibilmente lunghi.

Tutto vero, ma nonostante ciò c’è già chi si muove professionalmente, come l’Earth Journalism Network, una comunità internazionale di giornalisti ambientali supportata da Internews. Si tratta sempre di iniziative e progetti a carattere altamente sperimentale, che però nel prossimo futuro tracceranno la strada e definiranno i confini di questo sensor-based journalism. Val la pena seguirli, tenerli d’occhio e, perché no?, provare a contribuire alle loro iniziative.

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giugno 25

Cicada Tracker | Radiolab

Uno degli esperimenti di sensor journalism più citati, per la verità più vicino alla citizen science che al giornalismo. Con un sensore acustico da 80 dollari si possono aiutare gli scienziati e i giornalisti ad analizzare l’arrivo delle cicale insieme ad alcuni fattori ambientali come la temperatura.

Patches of the East Coast are buzzing with the return of the 17-year cicadas. They’re carpeting spots from GA to CT, and filling the air with a 7 kHz mating buzz. Alert scientists when you see them emerge — or help predict their arrival with a home-built sensor!

viaCicada Tracker | Radiolab.