luglio 10

Quando il cittadino si fa scienziato: la citizen science

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La scienza degli albori era un fatto di pochi appassionati amatori che vivevano le proprie ricerche con un atteggiamento profondamente sperimentale, inventandosi tutto di volta in volta: dagli strumenti, al metodo, dal linguaggio, alle modalità di comunicazione. Poi la scienza si è istituzionalizzata, è nata e si è imposta una scienza accademica con i suoi professionisti, le sue scuole, i suoi libri, le sue regole, le sue piazze di discussione.

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Nonostante tutte queste sovrastrutture che si sono consolidate e stratificate nel tempo, elementi emotivi come curiosità e passione sono ancora ingredienti fondamentali nella ricerca e nella produzione di conoscenza sul mondo naturale, come è evidente per esempio negli studenti, che solitamente basano le proprie scelte di formazione professionale proprio su questi elementi. Alcuni entrano ufficialmente nelle realtà accademiche, molti altri prendono altre strade.

Ma non esiste solo l’attività lavorativa, che al giorno d’oggi richiede un corrispettivo in denaro per essere considerata tale (con tristi eccezioni). Un appassionato può tranquillamente giocare con il mondo naturale nelle sue ore libere: osservare, misurare, fare ipotesi, costruire. Finché rimane un fatto privato ha significato solo per sé, ma quando questa attività e i prodotti di questa attività vengono socializzati, si è di fronte a una vera attività scientifica, che non avrà un impatto in senso assoluto e globale, tranne in rarissimi casi, ma potrebbe averne in ambiti più ristretti: specifiche comunità di riferimento, obiettivi pratici o di formazione, ambiti territoriali, temporali o tematici particolari.

Tanto più che una scienza altamente tecnologica in una società altrettando tecnologizzata porta a un abbassamento continuo delle barriere di accesso agli strumenti di ricerca: negli anni ’60 il primo laser fu una scoperta e applicazione clamorosa, costata milioni di dollari, oggi se ne trovano a pacchi nelle edicole. Lo stesso vale per gli strumenti concettuali: in molti casi non è necessario frequentare per anni una scuola e un’università specifiche per accedere alla conoscenza scientifica condivisa, oppure lo si è già fatto per altri motivi. Quindi curiosità, passione, strumenti tecnologici e concettuali: cos’altro serve per fare scienza?

L'installazione Eric Lennartson's Tape Scape presso il Children's Discovery Museum of San Jose in California.
L’installazione Eric Lennartson’s Tape Scape presso il Children’s Discovery Museum of San Jose in California.

Son questi i quattro pilastri su cui si basa la citizen science, la scienza non inquadrata nell’accademia, a cui se ne può aggiungere uno a mio avviso altrettanto rilevante: la motivazione, che non sempre è in sé (“faccio scienza perché mi diverto”), ma a volte ha un obiettivo esterno (“faccio scienza perché mi è necessario per risolvere un problema, soddisfare un bisogno o un’esigenza contingenti, difendere degli interessi”). Quando tali problemi, bisogni, esigenze, interessi sono sociali, e non puramente individuali, la citizen science si intreccia con l’attivismo civico e la scienza diviene strumento di un confronto sociale.

Il mondo della citizen science e quello della scienza professionale (non voglio usare la parola ufficiale per la seconda, perché connoterebbe la prima di un carattere non ufficiale che al giorno d’oggi ha un altro significato, per lo più negativo) non sono naturalmente compartimenti stagni separati, ma vivono in una relazione reciproca molto stretta. Mentre però la direzione scienzati – cittadini è evidente e ben nota, la direzione inversa lascia perplessi o al limite fa anche sorridere. Eppure è pieno di esempi in cui un’attività scientifica amatoriale ha portato benefici e conoscenze all’interno della scienza accademica e da questa è stata così riconosciuta e validata. Una delle discipline che più si avvale di una forte comunità di amatori è per esempio l’astronomia, almeno la sua parte più legata alle osservazioni nel visibile, che contamina ed è contaminata spesso e volentieri dall’attività dei gruppi astrofili. Ma si può anche pensare alle ricerche in botanica, all’attività di catalogazione di specie vegetali e animali, allo studio comportamentale di uccelli o animali domestici. Un’occhiata a realtà come Zooniverse o la Citizen Science Alliance offre un ampio quadro di esempi pratici e della qualità dei risultati già raggiunti in questo ambito.

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Di fatto l’intervento di un non scienziato nell’attività di costruzione di una conoscenza scientifica può avvenire su tre livelli.

  • Si può contribuire senza sapere assolutamente nulla della questione specifica e senza avere particolari competenze da mettere in campo: è il caso dell’uso del calcolo distribuito in problemi di scienza computazionale, in cui semplici software sviluppati dagli scienziati permettono di donare parte della potenza e del tempo di calcolo dei propri dispositivi informatici alla risoluzione di un problema matematico o a un’operazione di raccolta e aggregazione di dati (prodotti dai sensori interni degli smartphone, per esempio). Fare citizen science in questo caso non è più difficile o complicato dell’installare un’app sul proprio telefono.
  • Con un minimo di conoscenze teoriche e tecniche, ma soprattutto con la capacità di seguire ed eseguire delle istruzioni fornite dall’esterno, si possono usare strumenti di indagine scientifica già pronti secondo un protocollo prestabilito, lasciando poi ad altri l’analisi e l’interpretazione dei risultati sperimentali. È il caso del montaggio e dell’installazione di sensori dedicati in macchina o in casa, per esempio per misurare il livello di inquinamento locale.
  • Infine ci sono i casi più difficili, quelli che richiedono delle conoscenze, competenze e abilità pregresse quasi al livello di uno scienziato professionista. Ma questo è possibilissimo se si pensa a persone che lavorano in ambiti tecnici, ma non necessariamente per finalità scientifiche, oppure scienziati che non sono più ufficialmente all’interno dell’accademia.

La chiave di tutto sta ovviamente nella validità dei dati scientifici prodotti. Un nodo che a mio avviso ha il suo scioglimento solo in un rapporto stretto, continuo, franco e aperto con il mondo della ricerca accademica. Senza dimenticare che ormai la ricerca scientifica è un fatto di gruppi e comunità, non è più da tempo un fatto individuale.

Alessio Cimarelli

Data scientist at Dataninja
Sono giornalista free-lance e sviluppatore web. Dopo la lau­rea in fisica all’Università Sapienza di Roma, ho con­se­guito il master in Comunicazione della Scienza alla SISSA di Trieste e ho comin­ciato a girare l’Italia, tra gior­na­li­, uffici stampa e ricerca pura. Sono co-fondatore di dataninja.it e datamediahub.it e attualmente collaboro con varie testate ita­liane (L'Espresso, Secolo XIX, Wired) e alcune agen­zie edi­to­riali in ambito di svi­luppo web e data jour­na­lism. Sono mem­bro della comu­nità Spaghetti Open Data e ormai scrivo quasi più in java­script e python che in ita­liano o inglese.
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Posted 10 luglio 2014 by Alessio Cimarelli in category "Intro

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Sono giornalista free-lance e sviluppatore web. Dopo la lau­rea in fisica all’Università Sapienza di Roma, ho con­se­guito il master in Comunicazione della Scienza alla SISSA di Trieste e ho comin­ciato a girare l’Italia, tra gior­na­li­, uffici stampa e ricerca pura. Sono co-fondatore di dataninja.it e datamediahub.it e attualmente collaboro con varie testate ita­liane (L’Espresso, Secolo XIX, Wired) e alcune agen­zie edi­to­riali in ambito di svi­luppo web e data jour­na­lism. Sono mem­bro della comu­nità Spaghetti Open Data e ormai scrivo quasi più in java­script e python che in ita­liano o inglese.

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